Photo credit: Kevin Grieve on Unsplash

  • A che punto è la Brexit?
  • Il mondo accademico continua a temere una hard Brexit
  • I ricercatori italiani in Regno Unito scrivono a Nature

Ferragosto è appena passato e questa settimana siamo stati travolti dall’ondata di notizie, analisi e polemiche legate alla crisi di governo scatenata dalla Lega. Ma c’è un altro Paese dell’UE in cui la politica naviga in acque burrascose: è la Gran Bretagna.

Il primo ministro Boris Johnson governa oramai con una maggioranza di un solo deputato e ciononostante è sempre più intenzionato a far valere la sua promessa: si esce dall’Unione il 31 ottobre prossimo. Dealno-deal.

Secondo quanto stabilito ad aprile dal Consiglio europeo, il Regno Unito avrebbe potuto uscire dall’UE in qualsiasi momento votando l’accordo di Theresa May, rinunciare alla Brexit tout-court, o uscire senza un accordo superando la data-limite del 31 ottobre. Scenario, quest’ultimo, che viene considerato ormai tra i più probabili.

Ma se il Regno Unito non sembra ancora pronto ad andarsene una volta per tutte, proprio il parlamento inglese non è affatto deciso ad accettare una Brexit senza alcun accordo. Intanto il tempo a disposizione sta scadendo. L’augurio che Donald Tusk aveva espresso ad aprile dopo aver accordato – insieme ai leader UE – qualche altro mese di flessibilità agli inglesi («Per favore, non sprecate questo tempo») non sembra essere stato ascoltato.

Johnson è arrivato ad accusare i parlamentari britannici che si oppongono alla Brexit di una “terribile collaborazione” con gli “amici europei”, convinti – dice – che la Brexit possa ancora essere bloccata in parlamento.

Ed è su questo terreno che si sta concentrando una sfida che è allo stesso tempo politica e costituzionale. Da una parte, è ormai molto probabile che alla riapertura del parlamento nei primi giorni di settembre si terrà un voto di sfiducia per far cadere il governo Johnson. Se la mozione dovesse passare, i deputati avrebbero quattordici giorni di tempo per formare un nuovo governo, altrimenti il primo ministro si troverebbe costretto a portare il Paese alle elezioni

Ma proprio qui sta il punto: a quanto pare, Johnson potrebbe decidere di fissare le elezioni dopo il 31 ottobre, portando il paese fuori dall’UE nel pieno di una campagna elettorale e senza l’appoggio parlamentare, un escamotage che è stato definito vera e propria crisi costituzionale per la Gran Bretagna.

Il mondo accademico continua a temere una hard Brexit

Così, mentre governo e parlamento aspettano la data fatidica del 9 settembre – giorno in cui dovrebbe iniziare la battaglia parlamentare sull’uscita dall’UE – il mondo accademico e della ricerca inglese continua a far pressioni per evitare, se non la Brexit stessa, perlomeno un’uscita senza accordo. È così da un pezzo.

Da sempre critico sulla prospettiva di un no-deal, già a luglio il Presidente della Royal Society Venki Ramakrishnan aveva scritto ai candidati leader del Partito conservatore che «una Brexit senza accordo sarebbe dannosa per la scienza in Regno Unito». La sua lettera finiva così: «Nell’interesse di una visione a lungo termine per un futuro prospero e rivolto verso l’esterno per il Regno Unito, è tempo di escludere l’eventualità [di una Brexit senza accodo] per sempre».

Preso da ben altri problemi, Boris Johnson non pare essere stato particolarmente impressionato. 

I ricercatori stranieri in Regno Unito scrivono a Nature

Visto come stanno andando le cose, quattro associazioni di ricercatori italiani, portoghesi, polacchi e spagnoli in Regno Unito hanno recentemente pubblicato su Nature un loro appello, quali parti direttamente interessate, sui possibili scenari posti dalla Brexit. 

«Le incertezze derivanti dal referendum sulla Brexit del 2016 hanno già minato l’attrazione per gli stranieri di fare ricerca in Gran Bretagna. A nostro avviso, [tutti] i vari scenari possono danneggiare le iniziative di ricerca», hanno scritto. «Un no-deal comporterebbe un minor numero di collaborazioni europee, minori risorse […] Sarebbe quindi un grave pericolo per la scienza».

Come è sempre successo negli ultimi tre anni di negoziazioni, non sappiamo cosa succederà nel prossimo futuro. Non ci resta che aspettare e vedere come si evolveranno i fatti. Nel frattempo, il piano di riserva dei politici che si battono contro una Brexit senza accordo sembra essere – ancora una volta – forzare la linea rossa e farsi accordare dall’UE altro tempo per risolvere la situazione. Non è detto che a questo giro, però, potranno farcela di nuovo. 

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