Photo Credit: Nathan Dumlao on Unsplash

Abbiamo incontrato Matteo Piolatto, segretario Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, a margine della presentazione dell’VIII indagine ADI su dottorato e post-doc. Classe 1988, dottore di ricerca in Sociologia Economica e Studi del Lavoro, Piolatto sta concludendo il suo mandato triennale al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) come rappresentante dei dottorandi. Parliamo dell’aumento delle borse di studio, ferme a pochi passi dal minimale contributivo INPS che permetterebbe ai dottorandi di avere il pieno riconoscimento dell’annualità contributiva a fini pensionistici. Ma parliamo anche di internazionalizzazione del dottorato, di come migliorare l’offerta formativa, della prospettiva europea di un’associazione come l’ADI.

Avete presentato l’VIII indagine su dottorato e post-doc: qual è il dato più importante per l’ADI?
Ce ne sono due, in realtà: sul dottorato, la necessità che i colleghi segnalano di una formazione dottorale di una maggior qualità, anche se sono soddisfatti del percorso di studi. L’altro è la necessità per i ricercatori precari di uscire dalla loro condizione di precarietà perché come abbiamo mostrato solo il 9,5% di chi ha avuto uno o più anni di assegno riuscirà a stare stabilmente all’università. È un numero molto piccolo e inoltre è un numero che non garantisce la sopravvivenza del sistema universitario italiano.

Lei sta finendo il suo mandato come rappresentante al CNSU: c’è qualcosa che potevate fare meglio per intervenire su questi argomenti?
Penso di no, penso che il rimpianto che possiamo avere è che avremmo dovuto essere più ascoltati dal ministero. Continua a leggere su Rivista micron

* Questo articolo è stato pubblicato su Rivista micron il 13.05.2019

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