La vita è davvero troppo breve per leggere libri lunghi e noiosi, per sprecare ore e ore a finire volumi interminabili che valgono poco più dell’intrattenimento di una serie TV; libri che alla fine riponi su uno scaffale con un’alzata di spalle e restano lì a impressionare noi stessi e chi li vede come un certificato di fittizia intelligenza. Ecco, Inscihallah non è tra questi.

Devo ammettere che per molto tempo non ho avuto il coraggio di leggere Inscihallah: troppo enorme, troppo impegnativo, pensavo. Eppure, oggi posso dire che per pigrizia avrei rischiato di perdermi un libro eccezionale.

«[I]o proporrei – anche senza fare paragoni – di far posto alla Fallaci accanto a Hemingway e a Malaraux, tanto Per chi suona la campanaL’espoir stanno alla guerra di Spagna quanto Inscihallah sta a questo immondo genocidio del Libano» aveva scritto sul “Giorno” del 7 agosto 1990 Giancarlo Vigorelli. Come semplice lettore, non potrei essere più d’accordo.

È la molla della vita, il coraggio. Accendemmo il fuoco perché avemmo coraggio. Uscimmo dalle caverne e piantammo il primo seme perché avemmo coraggio […] Inventammo le parole e i numeri, affrontammo le fatiche del pensiero perché avemmo coraggio. La storia dell’Uomo è anzitutto e soprattutto una storia di coraggio: la prova che senza coraggio non fai nulla, che se non hai coraggio, nemmeno l’intelligenza ti serve.

Inscihallah è un’opera esagerata, tanto esagerata quant’era esagerata la sua autrice. Più che della guerra (non penso sia possibile scoprirvi, oggi, la storia del conflitto in Libano), questo libro parla degli uomini alla guerra. Tanti, tantissimi uomini: una babele di personaggi dai nomi assurdi – Condor, Cavallo Pazzo, Angelo, Aquila Uno, Charlie, e molti altri – che sono raccontati, più che nei gesti eroici, nelle loro debolezze, paure, desideri e piccole virtù; in quei dettagli e quei pensieri che maturano con lo svolgersi dei fatti e che li rendono così davvero umani, così simili a noi. 

Sfido chiunque a non riconoscersi, almeno in piccola parte, in un breve spaccato, anche in uno solo dei racconti che compongono le 851 pagine di questo romanzo. Ci siamo tutti: dal ragazzo di provincia che non parla italiano al figlio della famiglia bene che va a dimostrare a sé stesso di avere un briciolo di coraggio, dal più illuso dei pacifisti al più disincantato dei guerrafondai; c’è il prepotente, il piccolo eroe, l’incosciente, l’avvilito. Ci sono uomini e donne innamorati, traditi, vittime e carnefici di sé stessi e della condizione in cui si sono intrappolati.

Sai quante cose può pensare un uomo mentre la luce va dalla Terra alla Luna o gira sette volte e mezzo intorno alla Terra? Sai quanto può soffrire mentre le pensa, quanto si può flagellare, quanto si può pentire? V’è un apocalittico uragano dentro la sua testa

Qualsiasi cosa crediate degli uomini, delle idee e soprattutto della guerra, questi personaggi l’avranno già pensata, già scritta, già ribaltata e contraddetta: faranno a pezzi quelle certezze sotto i vostri occhi. Rimarrete per un po’ senza parole di fronte a tante storie personali così intime e da sembrare sinceramente vere, davanti ai pensieri e alle riflessioni di personaggi fittizi eppure così reali, che vi chiederete: che cosa penso, io, della guerra? Cosa penso degli uomini, del coraggio, della Storia? Ecco: quell’attimo d’incertezza è, secondo me, la vera forza di questo romanzo.

Cara, che egli l’accetti o no, che ci creda o no, anch’io detesto la parola destino: la parola Insciallah. I più ci vedono speranza, buon auspicio, fiducia nella misericordia divina. Come lui, invece, io non ci vedo che sottomissione, rassegnazione, impotenza e rinuncia a sé stessi […] Rifiuto di rinunciare a me stesso e rassegnarmi. Un uomo rassegnato è un uomo morto prima di morire, ed io non voglio essere morto prima di morire. Non voglio morire da morto! Voglio morire da vivo!

Per quanto fossi troppo piccolo per ricordarmi il dibattito intorno alla figura di Oriana e a ciò che ha scritto – con l’eccezione (e solo di riflesso) di quello scaturito dal violentissimo “La rabbia e l’orgoglio” – sono certo che la Fallaci meriti un posto di riguardo tra i grandi scrittori italiani. Dei suoi libri, Insciallah è solo uno dei tre che ho davvero amato (gli altri sono Un UomoNiente e così sia) e per quanto mi abbia conquistato, non è comunque il mio preferito. Ma – e qui mi permetto un grosso rischio – Insciallah è forse l’unico che possa davvero superare indenne la prova del tempo e certificarsi, un giorno, come un classico della letteratura.

1 commento

  1. Grazie! Cercherò anche io di vincere la pigrizia e leggere questo libro. In prima liceo ho letto “Niente e così sia” e poi, durante l’estate tra il primo e il secondo liceo ho letto “Lettera ad un bambino mai nato”. Bellissimi entrambi. Il secondo, tuttavia, credo che abbia contribuito al fatto che la società italiana, in quegli anni fine ’70 – primi ’80 si allontanò da questa grande scrittrice perché troppo anticonformista e laica/atea…Lo stesso destino, in quegli anni toccava a cantautori come Fabrizio de Andrè e Guccini…

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