Consigli, idee e considerazioni sul dottorato in Regno Unito

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  • Cosa vi aspetta negli anni di Ph.D.?
  • Quali esami dovrete superare?
  • E dopo il dottorato?

Se trovare un dottorato in Regno Unito non sembra poi così difficile, un’altra storia è riuscire aportarlo a termine. Se è vero che alla UCL più dell’80% dei dottorandi completa il suo percorso, questo vuol dire anche che circa 1 su 5 non arriverà mai alla discussione. Nelle nostre ricerche, non siamo riusciti a trovare dei dati aggiornati e completi sul tasso di abbandono dei dottorandi in Gran Bretagna, ma uno studio del 2012 stimava che solo 7 studenti su 10 – tra gli iscritti a programmi di ricerca post-laurea – sarebbero arrivati a ottenere il titolo in un tempo ragionevole. Questi dati sono più rassicuranti per quanto riguarda i Ph.D. finanziati dai Research Council inglesi: gli ultimi dati dicono che il 77% dei dottorandi finanziati dall’Economic and Social R.C. riesce a completare il suo percorso, proporzione che sale fino al 98% di chi viene sostenuto dal Medical R.C.

Sulle pagine del The GuardianDaniel K. Sokol ha scritto alcune raccomandazioni su cosa ciascuno di noi dovrebbe tenere in considerazione prima di lanciarsi in un Ph.D.: secondo lui, la scelta dell’argomento di tesi e del supervisor sono gli aspetti in assoluto più importanti. Idee condivise anche dai dottorandi che abbiamo intervistato: «So di persone che non si sono trovate bene e il fallimento del dottorato secondo me è da attribuire principalmente al rapporto professore-studente», racconta Michele Mak, che a Cambridge sta svolgendo un Ph.D. in ingegneria. E aggiunge: «Il colloquio [di selezione] avviene in realtà in entrambi i sensi: non sei solamente tu ad essere valutato, ma sei tu, allo stesso tempo, a valutare il professore. Quindi [consiglio di] parlare col potenziale supervisor, cercare di capire qual è il suo approccio, il suo atteggiamento, e se possibile di parlare con degli studenti che hanno lavorato con lui in passato». Continua a leggere su Rivista Micron.

*Questo articolo è stato pubblicato su Rivista Micron l’8.10.2018