Photo Credit: Zoltan Kovacs on Unsplash

  • Il contributo alla ricerca sulla fusione nucleare
  • Cosa significa fare un dottorato al MIT?
  • Un confronto tra USA ed Europa

«Quello che ha portato me al MIT è un atteggiamento, non un’intelligenza particolare. Più che altro il fatto che non mi abbandono al disappunto quando qualcosa non funziona. E quello viene tutto dall’Italia». A parlare è Francesco Sciortino, di Viterbo: ha 25 anni e sta svolgendo il secondo anno di dottorato in fisica dei plasmi al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, una delle più prestigiose università del mondo. La sua formazione è stata, per sua scelta, tutta internazionale: gli ultimi anni di liceo investiti in un International Baccalaureate vicino Lancaster, Inghilterra, poi laurea e master all’Imperial College di Londra – contraendo un debito col governo inglese ancora da restituire – e alcune esperienze di ricerca importanti tra cui un anno passato a scrivere la tesi a Losanna, in Svizzera, e un soggiorno estivo a Princeton, USA. «Non vorrei dare l’impressione di essere stato il più bravo in assoluto» racconta, parlando della sua carriera accademica: «Ero in gamba, di certo in buona posizione nel mio corso all’Imperial College».

Francesco è sicuro che siano state proprio le sue esperienze in tanti Paesi e contesti diversi, conquistate con tenacia una dopo l’altra, ad aprirgli le porte del MIT. Del resto, racconta, sono l’arma più efficacea disposizione di uno studente straniero per dimostrare le sue capacità agli occhi di un’università americana. E ogni tanto bisogna anche avere una gran faccia tosta: «Subito dopo essere partito da Losanna, non avendo avuto i dati necessari per completare la ricerca su cui stavo facendo la tesi, feci domanda per avere nuovi esperimenti sul tokamak [il reattore per la fusione nucleare, ndr]», racconta. All’epoca aveva 22 anni: «Il mio supervisore a Losanna mi supportò molto e mi diedero il tempo, mi diedero l’accesso al tokamak, e quindi nella mia domanda al MIT scrissi che mi ero spinto oltre un limite presunto: [quello per cui] gli studenti di un corso di laurea triennale non dovrebbero fare una cosa del genere». A quanto pare, la commissione deve aver apprezzato tanta intraprendenza anche se, per via di un malfunzionamento, il suo esperimento non è mai stato finito. Continua a leggere su Rivista Micron.

*Questo articolo è stato pubblicato su Rivista Micron il 30.07.2018