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«Io sono assolutamente grata al Politecnico di Milano per avermi dato questa possibilità». A parlare è Anna Melesi, classe 1992, studentessa in bioingegneria all’ultimo anno di laurea magistrale. Anna è all’interno del laboratorio di ricerca biomedica dell’Ospedale universitario di Basilea, in Svizzera, per testare un dispositivo microfluidico di sua progettazione, al centro delle ricerche per la tesi di laurea magistrale.
Andare all’estero, tornare, restare: Anna non è iscrivibile nelle categorie con cui riusciamo facilmente a catalogare gli espatriati, facendo di tanti casi personali un’unica, immensa, massa. Parla con tutta l’umiltà di una giovane scienziata cosciente dell’importanza dal suo lavoro, che guarda al suo viaggio come a un percorso di crescita da cui tornare e che s’interroga, senza fretta, su un futuro PhD. Mi spiega la sua ricerca serenamente, un passo alla volta, e senza mai generalizzare la sua esperienza mi porta a toccare temi più “politici” o “sociali”, come l’identità europea o la ricchezza e il potenziale che si celano dietro un semplice caso di ricerca all’estero.

Anna ha sviluppato e migliorato un dispositivo microfluidico preesistente, sostanzialmente un “chip” dove si possono seminare delle colture di cellule staminali. Queste colture vengono influenzate da gradienti di fattori chimici particolari, in modo da indurre le staminali a svilupparsi come cellule della cartilagine. L’obiettivo finale? Il chip «serve a studiare quali fattori chimici, in quali concentrazioni e in quale sequenza temporale, sono necessari per far diventare delle cellule staminali cellule della cartilagine, in modo tale, in futuro, da poter costruire della cartilagine in vitro». Continua a leggere su Rivista Micron.

*Questo articolo è stato pubblicato su Rivista Micron il 16.05.2016